Power Delivery e Quick Charge: cosa cambia e qual’è la migliore tecnologia di ricarica?

Durante la scelta di un caricatore o di un powerbank o una docking station o un HUB, sarà capitato sicuramente di imbattersi in diciture quali “PD“, “Power Delivery” o ancora “Quick Charge“. Sarà capitato altrettanto spesso di non curarsene troppo, acquistando il dispositivo senza cercare cosa significhino effettivamente quelle sigle. In entrambi i casi si tratta di tecnologie per la ricarica rapida, ma in realtà presentano più di qualche differenza. Scopriamole insieme!

Quick Charge

Quick Charge è uno “standard”, anche se non è del tutto corretto e vedremo dopo il perché, di Qualcomm. La Qualcomm Quick Charge consente di spingersi fino a 4.6A in uscita, che uniti ad un adeguato potenziale elettrico possono tradursi in velocità di ricarica fino ad un massimo di 18 watt. Per poterne usufruire a pieno, sarà però necessario possedere uno smartphone dotato di SoC Qualcomm Snapdragon. Sono infatti gli algoritmi software a stabilire come dev’essere gestita la ricarica.

Come accennavo prima, per quanto riguarda Quick Charge, non si tratta di un vero e proprio standard in quanto è una proprietà di Qualcomm. Di fatto è più assimilabile alla VOOC Charge di Oppo, o la Warp Charge di Oneplus o ancora la Supercharge di Huawei. E’ una tecnologia proprietaria con brevetti proprietari.

L’ultima versione sviluppata è la 4.0, ma estremamente diffusa è tutt’oggi la 3.0 che per altro presenta le stesse velocità di trasferimento della corrente.

Power Delivery

Al contrario di Quick Charge, Power Delivery è uno standard universale, per la realizzazione di dispositivi in grado di ricaricare attraverso porta USB Type-C fino a 100 watt. Persino Apple la utilizza, ed è esattamente questo il motivo per il quale i nuovi iPhone 12 possono essere ricaricati a velocità elevatissime attraverso caricatori di terze parti.

Power Delivery prevede una serie di profili, con tensione fissa e intensità di corrente variabile per ognuno di essi. Attraverso una continua scelta del profilo idoneo da adottare, lo smartphone regola la propria velocità di ricarica. Ma “tensione fissa” in realtà non vuol dire necessariamente che quel profilo usi solo e soltanto quella tensione, bensì potrebbe essere presente un range entro il quale deve rimanere.

Oggi troviamo prevalentemente sul mercato prodotti che sfruttano Power Delivery 3.0, che consente un massimo di 100 watt erogati. Difficilmente, salvo rare eccezioni, si trovano in commercio smartphone capaci di spingersi così in alto, ed è in questo che risiede uno dei principali vantaggi di questo standard: l’universalità.

Con un caricatore PD si può tranquillamente ricaricare un notebook dotato di USB Type-C collegata al circuito d’alimentazione, si possono caricare le periferiche (per esempio il Corsair Dark Pro, di cui trovate QUI la recensione) ed addirittura i wearable attraverso la gestione di tensione ed intensità.

Purtroppo ad aver complicato la situazione sono stati proprio i produttori di smartphone. Per raggiungere determinati valori con determinate tempistiche, tecnologie proprietarie come ad esempio VOOC Charge a 65W e Warp Charge a 65W, utilizzano dei profili di ricarica non contemplati dai caricatori Power Delivery standard. Ciò implica che se si impiegasse un caricatore diverso da quello in confezione, non si otterrebbero le medesime performance.

Quale scegliere?

Si tratta indubbiamente di 2 tecnologie mature, avanzate e molto diffuse ma… abbiamo stabilito un vincitore.

Power Delivery risulta all’atto pratico universale, permettendo potenzialmente di ricaricare qualsiasi dispositivo con un solo caricatore/powerbank. Quick Charge è invece molto più circoscritta ai soli smartphone, nonchè meno performante.

Per concludere vi lasciamo le recensioni di un paio di caricatori, dotati di PD, dall’ottimo rapporto qualità prezzo e di 2 powerbank altrettanto validi ma che possiedono la compatibilità con entrambe le tecnologie.

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